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Le cosche secolarizzate del Nord

  • Gianni Spartà
  • 19/11/2021
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La zona grigia dei consigliori

Qualcuno ha fatto un balzo sulla sedia sentendo alla radio che la Guardia di finanza aveva sequestrato una tonnellata di cocaina alle cosche calabresi. “Una tonnellata di polvere bianca? Sicuramente errore del cronista”. No, tutto vero. Pesato sulla bilancia e verificato col redditometro. Come veri  furono i mille anni inflitti dai giudici di Milano tempo fa alla ‘ndrangheta dell’area metropolitana che non si può più definire d’esportazione dopo mezzo secolo di residenzialità nelle ricche province del Nord. Che ci sia del marcio in Lombardia lo dicono centinaia di arresti senza effetto diserbante: in un amen la malapianta ricresce perché il terreno è abbondantemente concimato. Che il puzzo sia sovrastato da un diffuso profumo di rose segnala un fenomeno allarmante: le mafie non sono più infiltrate, ma integrate nella società civile. Non solo nei palazzi della politica, hanno amici fidati, complici ingenui e doppiogiochisti di talento . Sul piano storico capibastone, santisti e picciotti esordirono da contrabbandieri negli anni pessimi del soggiorno obbligato; diventarono rapinatori ed esattori del pizzo negli anni ’70; poi scoprirono i sequestri di persona, quindi li spaccio di droga e infine gli appalti pubblici. Ora figli e nipoti dei pionieri, immaginiamo, fanno gli imprenditori. Mirano a offrire servizi alle attività economiche, a conquistarne il controllo, a speculare sui fallimenti dia aziende in crisi. E attorno a loro c’è una zona grigia rappresentata dalla vulnerabile trincea delle professioni.   E’ tra manager, consulenti, avvocati, commercialisti che si annida il rischio di agevolare, per negligenza, imperizia, se non per dolo, il verbo delle cosche. Sono cresciute negli anni  relazioni pericolose tra presunti buoni e sicuri cattivi, tra coloro che dovrebbero osservare la legge e quanti intendono violarla. Fateci caso: la stessa accusa di associazione a delinquere è stata più volte declinata sia per azzerare il contropotere delle mafie, sia per sanzionare il potere deviato di incaricati di pubblici servizi. C’è qualcosa che non va quando guardie e ladri anziché respingersi, si attraggono. Ora non si possono ignorare i risultati ottenuti grazie al lavoro sempre più sofisticato delle forze dell’ordine anche se la tracotanza delle organizzazioni malavitose non ha eguali. Nell’hinterland milanese i boss delle “locali” si radunavano in una sala intitolata a Falcone e Borsellino. In provincia di Como un capo cosca finanziava la squadra di basket e faceva il volontario alla Croce Rossa. Ma la vicenda di un assessore regionale della giunta regionale lombarda che non vendeva favori ai mafiosi, andava a comprarglieli, pagando cinquanta euro a voto, pare la madre di tutti i paradossi. E il caso di impresari, anche di nome, che non si finanziavano in banca, bensì al mercato clandestino dei padrini, dice che non è fuori luogo pensare male. A costo di fare peccato. Non dovremmo più sentir affermare a un prefetto che a Milano la mafia non esiste. Ma come diceva profeticamente il direttore dell’Anticrimine Francesco Messina quando era questore di Varese alla vigilia dell’Expo, ci dovremo abituare a una mafia secolarizzata rispetto alle liturgie d’un tempo e atenere d’occhio le squadre in campo per capire se qualcuno si presenta con la maglia dell’avversario. 

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