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Esigere a Varese

  • Gianni Spartà
  • 08/01/2026
  • 0

Auspici 2026

Una specialità di Varese è rimpiangere le cose non costruite al momento giusto e distrutte in quello sbagliato. Teatro raso al suolo nel 1953, era una piccola Scala. Funicolari vendute per ferro vecchio lo steso anno: ne è stato ripristinato un tratto, funziona poco. Albergo sul colle di Biumo per i convegni delle Ville Ponti: l’idea è di quarant’anni fa, nel frattempo Como, Milano e Lugano si sono presi belle fette di mercato. Il conte Giuseppe Panza se n’è andato tranquillo sapendo che la sua Villa, offerta inutilmente al Comune, si trovava al sicuro nel portafoglio del FAI con quanto rimasto, in Italia, delle sue collezioni. Quando qualcosa va storto, c’è sempre qualcuno che lo sapeva prima. E’ il senno di poi. All’inizio di un anno cominciato male nel mondo, vediamo se nel nostro cortile si intravede qualcosa di nuovo. Magari l’euforia delle olimpiadi invernali Milano-Cortina smuoverà acque stagnanti. Rubo la parola chiave usata dal direttore Silvestro Pascarella in un paio di editoriali: sindacato del territorio. Chi saprà farne la bandiera multilaterale di un movimento d’opinione, di una cultura del fare bene, del piacere di suggerire e di intraprendere mettendoci del proprio? Nelle nostre banche riposa una fortuna pari alla finanziaria di Giorgetti. I visionari sono bene accetti. Da queste parti hanno fatto miracoli. Gli sfrontati pure: sanno sopportare critiche e invidie. Ma prima bisogna intendersi sul concetto di territorio. Basta borie da capoluogo, liti da campanile e complessi d’inferiorità: sono i più dannosi. Concepire come un asse o uno spartitraffico lo spazio tra Varese, Gallarate e Busto significa condannarsi all’ergastolo del minimalismo. Chiamiamolo Territorio 2026 nel presente, Territorio 2030 in prospettiva e abbia la forma di un robusto triangolo equilatero. Storia vecchia Va-Ga-Bu? Sì, decrepita, ma la si può declinare con considerazioni nuove. Negli anni Varese e Como, insieme, si sono date l’università pubblica dell’Insubria; gli industriali ne hanno fondata una privata a Castellanza dopo aver capito che nella stessa rappresentanza di categoria non potevano esserci due amministratori di condominio. La Confindustria applaudì e fu riconoscente con un socio gallaratese promosso presidente nazionale. Ancora: Gallarate ha interpretato i tempi allestendo un museo d’arte moderna nelle rovine di una fabbrica chiusa; accanto a Malpensa, negli ex stabilimenti Caproni è nato un altro museo, dapprima solo aeronautico, oggi di tutti trasporti. Buona la tecnica: censire quanto era sparpagliato tra l’Olona e i Sette laghi e unificarlo in un luogo strategico. Si chiama Volandia in omaggio a una vocazione identitaria: molto di quanto sfreccia nei cieli del mondo è targato Varese. E non solo per il genio di un pugno di industriali e progettisti, anche per le capacità di una aristocrazia operaia nata e cresciuta qui. Ecco uno spartito senza barriere per un sindacato del territorio: ce ne saranno anche altri. Ecco che cosa deve affascinare chi avrà abilità di farlo funzionare. Non serve essere sindaci, presidenti, assessori spesso del nulla. Serve un sindaco del sindacato, libero, autonomo, sponsor di meraviglie che tutti apprezzano nelle riprese dall’alto quando c’è una Tre Valli, un Giro d’Italia, un campionato mondiale di canottaggio.  Essere sfiorati da un’olimpiade è buon auspicio. Chi ha tasche, testa, relazioni, passione civile si lasci coinvolgere nell’ultima chiamata prima della rassegnazione a un declino comunque dignitoso. A chi penso? A cavalieri dell’anima, a uomini e donne che desiderano lasciare un segno non solo nei libri contabili, a chi consiglia e indirizza la finanza, a chi si è reso conto in questi anni che non è la politica a fabbricare leader. Il leader è uno nato per essere tale, uno vocato allo spirito d’iniziativa non per appartenenza, ma per credibilità. Poi, stia tranquillo, avrà subito alla porta folle di questuanti e di serpentelli leziosi, sarà lodato in cento interviste. Ma soprattutto avrà vinto una buona battaglia: dare la sveglia e un senso a un territorio prezioso.  Bello se a “esigere” questi ruoli fossero millenials e dintorni. Il verbo esigere, inteso come aspettarsi qualcosa di dovuto, l’ha usato Sergio Mattarella scuotendo le nuove generazioni nel discorso di fine anno

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