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Nella casa del nonno

  • Gianni Spartà
  • 07/03/2026
  • 0

Referendum

La separazione passerà, stando ai sondaggi e a chi li pilota. Non sarà consensuale e questo è un guaio quando si mette mano alla Costituzione, che non è uno sgabuzzino sul ballatoio, ma la casa di famiglia comprata a caro prezzo dal nonno. In un Paese normale l’interesse cambiare a in meglio le regole della giustizia dovrebbe essere condiviso e collettivo: ridotte al minimo le fratture tra maggioranza e opposizione, comunità d’intenti per processi rapidi, detenzioni decenti, certezza del diritto, anche se vale sempre la massima “tot capita tot sententiae” (Terenzio) tradotta in “capita di tutto nelle sentenze” (avvocato brianzolo). Inoltre non bisognerebbe sentire puzza di vendette e regolamenti di conti e ipotizzare scenari apocalittici se pubblici ministeri e giudici dovessero finire in due distinti registri di classe, conservando indipendenza. Invece assistiamo a una guerra santa nella quale chi le spara più grosse è il padrone di casa: un ministro chiamato nientemeno che Guardasigilli, privilegio riconosciuto a un primo tra pari. Era costui il gran cancelliere che custodiva timbri e firme del Sovrano e ne sorvegliava l’utilizzo, a scanso di contraffazioni. Figura centrale, insostituibile, affidabile, pacato e sobrio come nessuno, insomma Carlo Nordio. Fu pm non separato delle inchieste su Brigate Rosse venete e tangenti del Mose; ebbe la fortuna di indossare la toga quando i giudici non erano paramafiosi. Il patatrac è avvenuto quando se l’è tolta. Mannaggia. Non fa una piega questo referendum: dica l’ultima parola il popolo italiano, in nome del quale si assolve o si condanna nelle aule. Ma se un marziano travestito da terrestre dovesse andare a votare il 22 e 23 marzo gli darebbero una scheda con sopra il seguente quesito: "Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo ’Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare?’". Il solito linguaggio ostico da mozzaorecchi imbruttiti, lo stesso dialetto barbaro usato per scrivere le leggi. E spesso le sentenze. Vietato farsi capire. Perché non ci sarà un golpe qualunque sarà il risultato del derby? Perché al Colle (e al vertice del Csm) c’è un arbitro con occhio di lince che ha già estratto una volta il cartellino giallo. Perché nessun procuratore della Repubblica cadrà in depressione se vincerà il Sì? Perché ci ha pensato Montesquieu (1689-1755) a dettare la regola della separazione, non dei ruoli dei magistrati, ma dei poteri dello Stato. E pazienza se negli ultimi anni un eccesso di traslochi dalle Procure alle Camere con vista su Palazzo Chigi hanno confuso le idee ai cittadini. Certo, abbiamo avuto la P2, Gladio, le ombre sinistre dei Servizi segreti su troppe inchieste giudiziarie: i dubbi di vengono. Pensate come deve sentirsi il primo degli italiani, Sergio Mattarella, a non sapere ancora, dopo 50 anni, chi gli ha ucciso il fratello Pier Santi presidente della Regione Sicilia? Tanti processi, verdetti ribaltati, nessuna verità con contorno di depistaggi alieni sulla scena squisitamente investigativa e giudiziaria. In ogni caso lamentarsi tra quattro amici al bar prima e dopo aver disertato le urne è un autogol. Ci fosse ancora Montanelli rispolvererebbe la celebre battuta: turiamoci il naso e votiamo.  Non è che un cantante non va a Sanremo perché non gli piace Carlo Conti. Ci va e se vince caso mai gli fa una pernacchia. Tira aria pessima, circolano pacificatori che scatenano guerre sentendosi padroni del mondo. Ci stiamo giocando le democrazie liberali e poi ci vorranno altri 80 anni per ripristinarle, ammesso di riuscirci. Si faccia in modo di non essere loro complici.

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Nordio Meloni

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