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Macchione, carta canta

  • Gianni Spartà
  • 19/01/2026
  • 0

Addio Prof

“Pietro, come va?” La voce era flebile, il respiro affaticato a cavallo di Natale. In un letto del Niguarda a Milano l’uomo soffriva dopo un delicato intervento chirurgico, ma la tempra del calabrese tutto d’un pezzo gli impediva di ammetterlo. Un solo cedimento prima di chiudere la telefonata: “Purtroppo sarà lunga. Ciao”. E’ stata breve e sarà tutto più difficile ora, non solo per decine di scrittori rimasti orfani d’editore, anche per tante istituzioni private e pubbliche che nello sterminato archivio del Professore hanno trovato un affidabile riferimento prima di Internet e anche dopo. Pietro sapeva dove mettere le mani.  Con addosso 82 anni, sfoderava instancabie la memora naturale e come un nonno romantico seduto al tavolo di un caffè, raccontava storie, snocciolava date, spiegava la consecutio temporum delle umane vicende. Che non serve solo a coniugare i verbi latini, è utile a contestualizzare fatti e vite. Con questo bagaglio di conoscenze universitarie, passione culturale, esperienza politica, Macchione si era presentato alla redazione della Prealpina verso la fine degli anni ’70, lui nato in provincia di Cosenza. Sapeva di bussare alle porte di un santuario della varesinità. Insegnava in una scuola delle medie superiori, lo animava l’intraprendenza. Lo presero a ben volere i due direttori del tempo, Mario Lodi e Nino Miglierina, piacque a Stefano Ferrario, allora editore e industriale. Da quel dì sulla pagina Ieri Oggi Domani che usciva il giovedì cominciarono a piovere lunghi articoli attraverso i quali gli abitanti di questa fetta di Lombardia leggevano il frutto di ricerche puntigliose e lui giorno dopo giorno vagheggiava di diventare editore, in un primo momento di sé stesso, in seguito di altri scrittori, alcuni all’esordio. Non era una novità: quanti celebri padroni di storiche tipografie del territorio stampavano in proprio di tanto in tanto. La novità era che un non nativo s’introduceva nel settore senza avere stabilimenti. E lo faceva di gusto affermandosi con più di duemila titoli negli ultimi trent’anni e con importanti specializzazioni. Su tutte la storia aeronautica ripercorsa in una sventagliata di saggi e biografie. Il sale, l’orgoglio, la gloria della provincia con le ali. Se dovessi dire che cosa è stato Pietro me la caverei con qualche immagine: un artigiano del libro, un seguace dell’Ora et Labora (era credente), uno Scriba nel senso antico della parola (custode di memorie imperiali), un certosino in apparenza disorganizzato. Sul desktop del suo computer galleggiavano non meno di duecento icone. Come riuscisse a raccapezzarvisi resterà un mistero. E fino all’Epifania dal luogo della sofferenza fisica e cerebrale, Macchione ha dettato ordini a distributori e librerie, fino a quando i due figli non gli hanno tolto dalle mani il telefonino. Aveva in canna decine di libri in uscita, uno su Gaspare Morgione, un altro su Gianni Rodari. Lo rodeva l’ansia per il presente, accompagnata alla preoccupazione per il futuro della sua casa editrice. Sia impegno stringente, ora, che quell’immenso patrimonio di carte e file venga considerato imperdibile. Questo il cruccio nascosto che Macchione confidava a vecchi amici, mentre a voce mai sopra le righe osservava pensieroso di aver avuto riconoscimenti solo nella cerchia di autori e lettori: “In fondo sono varesino da sempre, ma arrivo dal profondo dello Stivale. Pazienza”. Eppure l’ex militante del pci è stato assessore all’urbanistica in una giunta leghista. Col suo carattere affabile curava di non fare ombra a nessuno. Anzi. Una storia in tre tomi dell’industria locale e per tanti aspetti nazionale gli venne commissionata negli anni ’90 da Univa ed è una specie di testo unico del “fatto a Varese”. Il legame con Prealpina non è mai venuto meno. Dovendo celebrare nel 2018 i 130 anni del giornale, l’editore di oggi Daniela Bramati, mi affidò l’incarico di un numero speciale e di buon grado accettò che per le fonti collaborasse Pietro Macchione. Lui se ne inorgoglì, per il resto carta canta. Ciao, Prof.

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