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Il limite dei 50 gradi

  • Gianni Spartà
  • 06/08/2026
  • 0

Le profezie di Furia

Cinquanta gradi, ci siamo quasi. Come quando Usain Bolt bruciò i cento metri piani in 9 secondi e 58 centesimi e Wilt Chamberlain segnò 100 punti in una partita dell’NBA a Philadelphia. E’la storia dei record. Solo che la meteorologia corre più veloce dello sport. L’atletica ha impiegato un secolo a liberarsi dal complesso dei dieci secondi; dal 1962 nessuno ha mai detronizzato Chamberlain, mentre in sei estati siamo passati dalla tabellina del tre a quella del quattro e siamo prossimi al cinque, parlando di caldo non percepito, ma scientificamente rilevato. Manca poco a superare il primato ufficiale europeo dei 48,8 gradi registrati l’11 agosto 2021 a Floridia, piana di Siracusa, Sicilia. Se qualche drone  non frantumerà le costole all’anticiclone africano rischiamo la cifra tonda. “Smettetela di terrorizzare la gente, d’estate è sempre stato così”: eccolo il negazionista o l’eschimese. D’altra parte l’uomo non è mai sbarcato sulla Luna, quel passo felpato di Armstrong fu una fiction del Pentagono e il Covid  era solo una a influenza più grave da debellare senza vaccini. Invece il bimestre giugno-luglio è stato il più caldo dal 1864 nel Nord Italia: qualche tempo prima c’era passato Garibaldi con i Cacciatori delle Alpi. Il Mediterraneo a 28 gradi in superficie pare una enorme piscina di acqua termale; siccità e alluvioni sono due facce della stessa medaglia; il surriscaldamento ha modificato in maniera innaturale  e irreversibile il clima; la colpa è dell’uomo e vie elencando squilibri senza cambiare abitudini. Dalle nostre parti abbiamo avuto un profeta di sventure che puntava il dito contro sventurati. Si chiamava Salvatore Furia.  Ha senso ricordarlo nell’anniversario della sua scomparsa avvenuta il 12 agosto del 2012. Lo stesso giorno, ma del 2026,  ci sarà un eclisse totale di sole ed è come se la sfera celeste volesse rendere omaggio a uno dei suoi più entusiasti sacerdoti, il cacciatore di stelle, lo studioso scettico che si convertì all’Eterno scrutando l’Infinito.  Il Prof spiegava la situazione a modo suo per farsi capire da tutti. Già negli anni ’80 diceva che si stava alzando la linea delle palme e che l’Italia aveva in sorte di diventare un Paese tropicale. Aggiungeva che dovevamo preoccuparci della piogge acide, allora sconosciute: l’atmosfera secca per mesi si riempie di veleni e quando un giorno si riaprono i rubinetti del cielo succede che tutta quella porcheria finisce nei nostri polmoni. Oggi le chiamano polveri sottili. Una volta affermò al Gazzettino Padano dopo aver dettato le previsioni del tempo: signori, qui piove aceto. Un ministro telefonò al prefetto di Varese: “Che cosa accade in Lombardia? Mi mandi una relazione urgente”. Quello obbedì e si scoprì che Furia sceneggiava l’acidità della precipitazioni misurata tutti i giorni nel suo Centro Geofisico Prealpino. Un visionario, per coloro ai quali era simpatico, un rompiscatole agli occhi di tutti gli altri. Che all’inizio erano la maggioranza. Poi cambiò il vento e oggi tenere viva la memoria di Salvatore Furia significa celebrare un tipo  che non aveva lauree ma una conoscenza delle scienze naturali talmente profonda da chiedersi come se la fosse procurata. Insomma: denunciare l’ammaloramento del clima non è terrorismo ideologico, ma fotografia di una realtà. Poi la domanda è: che cosa stanno facendo i governi? Chi sostiene la Meloni evidenzia che per la prima volta il mare è diventato una politica nazionale coordinata e non un insieme di competenze frammentate; chi la critica dice che l’attenzione è concentrata sullo sviluppo della blue economy con scarso impegno di tipo ambientale per l’inquinamento marino e la protezione della fauna ittica. In mezzo c’è un’Europa che ha la febbre a quaranta, suscettibile di toccare i cinquanta.  

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Tags :
Salvatore Furia Surriscaldamento climatico

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