Silvia, Laura e Lorena
- Gianni Spartà
- 09/09/2026
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Delitto sul autostradaca
Eppure sembra un uomo. Sembrava. Poi ha rapito la ex fidanzata, l’ha legata mani e piedi nel baule di una macchina, s’è fermato in autostrada e l’ha scaraventata da un cavalcavia. Infine l’ha seguita gettandosi anche lui, benché una poliziotta lo scongiurasse di non farlo. Le scienze sociali tentano di spiegare. Crisi narcisistica: l’ego ferito a morte dal rifiuto o dal fallimento personale. Depressione grave: una visione disperata del futuro. Senso di onnipotenza: se non con me, con nessuno. Ogni volta che una donna viene uccisa da un uomo che diceva di amarla, la cronaca ricomincia da capo: il litigio, la separazione, la gelosia, le minacce, il coltello, la pistola, le telefonate, gli amici che avevano capito, i vicini che avevano sentito. Poi il funerale. Poi le parole: tragedia, raptus, follia. Ma forse dovremmo cancellare il raptus. C’è un’altra novità: l’odio, il rancore, viaggiano in rete. E un’altra ancora: il caos globale. Là fuori, ogni santo giorno in televisione, la forza esibita serve a risolvere i conflitti grandi, appare naturale utilizzarla per stroncare i piccoli. Abbiamo una donna uccisa ogni 60 ore, 1600 orfani da femminicidio in 18 anni, più di 2000 da quando siamo entrati nel terzo millennio. Il tasso più elevato dove c’è ricchezza materiale. Non siamo a siamo a un improvviso abominio criminale, ma a una consolidata emergenza culturale nel Paese in cui sui banchi dei licei s’incontravano Laura e Silvia studiando Leopardi e Petrarca. Che cosa succede nell’Italia civile e disperata, si diceva in tempi migliori, adesso solo disperata perché prevale la rassegnazione nei giovani, la rottura degli argini inibitori negli adulti? Nessuna sorpresa se i delitti hanno liturgie da agguato mafioso: le cosche hanno fatto pubblicità a tradizioni e modelli. Lorenzo ha quasi incaprettato Lorena per rapirla. Si uccide (e ci si uccide) in modo arrogante senza dover regolare conti tra clan e il movente è individuale, non di gruppo. Se non c’è alcun nesso tra una storia e l’altra, se il furore esplode improvviso e imprevedibile, quando le ruspe della politica assomigliano alle stelle contro le quali imprecava il don Ferrante del Manzoni nella Milano divorata la peste, se accade tutto ciò, insomma, bisogna interrogarsi più a fondo. La psichiatria non dà risposte convincenti: tranne casi limite, gli assassini sono sempre persone normali, mostri della porta accanto. Questo prima. Poi, dopo una strage, viene fuori, sui giornali e in aula, il campionario delle possibili psicopatie: ma la prevenzione non si fa con la letteratura e nemmeno con i processi. C’erano una volta barriere contro le quali si infrangevano gli istinti bestiali: la buona educazione civica, la famiglia fortezza difficile da espugnare dall’esterno. Oggi queste difese sociali vacillano mentre si scopre con sgomento che dilaga la narcosi dei sentimenti: un omicidio, uno stupro, la prodezza di un branco, un’esecuzione da giustizieri della notte ci passano accanto senza provocare coinvolgimento. Prevalgono noia e fastidio. Il cuore non governa più il pensiero, il pensiero ha perso il controllo dell’azione. La stagione dell’odio ha avuto il volto dell’utopia criminale negli anni di piombo: colpirne uno per educarne cento, si gridava e morivano dirigenti politici, magistrati, giornalisti. Il movente c’era. Demenziale, orribile, disumano, ma c’era. E’ finita con la resa di terroristi che a Milano hanno consegnato le armi a un cardinale. In questi nostri tempi quel giorno sembra lontano. Il cuore non è più il luogo del controllo emotivo, ma solo un organo che pompa sangue da spargere.