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Tute blu e pantere grigie

  • Gianni Spartà
  • 25/10/2023
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Nella fabbrica di Borghi

Nel romanzo industriale italiano la vicenda della gloriosa fabbrica della Ignis, poi Philips, infine Whirlpool, ora prossima a diventare casa e parco per anziani, rappresenta un paradigma.  Certamente un caso utile a comprendere i cambiamenti sociali di questo Paese che non sarà mai più come prima. Siamo passati nel breve volgere di una settantina d’anni dal boom delle tute blu al trionfo delle pantere grigie, dalla vocazione produttiva al bisogno di assistenza. Con le cicogne in sciopero, l’Istat elenca trentanove province del Centrosud  nelle quali i pensionati sono più numerosi dei lavoratori. La soglia della parità è stata sfondata. Ora, Comerio ha avuto in sorte di disegnare in tre tappe il tragitto compiuto dal capitalismo industriale nel secolo scorso. In principio ci fu il regno paternalista di Giovanni Borghi e delle sue vittorie ; poi vennero gli olandesi della Philips incarnando il verbo moderno della multinazionale europea; nel 1989 dal Michigan spuntò un gigante intercontinentale con i suoi manager hi-tech. E’ durato venticinque anni il sogno americano della Whirlpool in questo angolo di Lombardia, fino a quando un gong ha annunciato la grande ritirata. Cause? Una su tutte: fare elettrodomestici bianchi alle latitudini italiane conviene sempre meno. A Cassinetta di Biandronno  dove resiste l’ultimo avamposto simbolo dell’epoca d’oro targata Ignis incrociano le dita aspettando notizie dai nuovi padroni: i turchi di Arcelik. Circola una battuta amara: l’ospizio cancella la memoria della fabbrica, nostalgia canaglia. Ma gli esegeti dei corsi e ricorsi, con un briciolo di fantasia, potrebbero ricamarci sopra un reality. Ricompare infatti il nome di Giovanni Borghi nel logo dell’ente che si è comprata il sito,  la Fondazione Onlus Sacconaghi-Mauri. Il capostipite Elia, importatore di macchine tessili dall’Inghilterra, senza figli,  aveva nominato erede di tutti i suoi beni la Congregazione della carità di Comerio, specificando che si doveva costruire una casa di riposo e intitolarla a sua madre Angela. Era il 1934. Le risorse non bastavano: con 46 milioni di vecchie lire  intervenne Borghi negli anni ’60. Ecco perché la Fondazione oggi è presieduta dal nipote del cumenda Fabio Tedeschi (nella foto con nonno Giovanni) figlio di Midia e di Adalberto Tedeschi indimenticato general manager della Ignis stella del basket.  La nuova proprietà di quel fortino  posato su un colle panoramico dal quale si ammira il lago, l’isolino Virginia e sull’orizzonte  il Monte Rosa, farà sapere come avverrà la metamorfosi. Tutti sperano si riesca a non toccare la piscina olimpionica, il cui progetto poteva uscire solo dalla testa di un condottiero avanguardista come Giovanni Borghi, l’inventore delle comunicazione industriale mediata dallo sport. Di lui mi disse l’Avvocato Agnelli: quell’uomo è stato il simbolo della più felice stagione dell’imprenditoria italiana. In ogni caso su quello scenario immenso si può fare di tutto, non solo una Rsa. Poteva andare diversamente se Whirlpool avesse allargato i confini della sua offerta tra la Cina e gli Emirati. Una casa di riposo in un luogo ameno ricalca l’attenzione che Mister Ignis riservava al sociale fornendo convitti, scuole, villaggi famiglie dei suoi operai veneti, siciliani e calabresi. La reggia si Comerio nacque negli anni ’50 quando Borghi fiutò il metano che Mattei estraeva trivellando la pianura padana. Basta con i fornelli elettrici, il sol dell’avvenire sta nel gas. Ma ci vuole una fabbrica nella quale laccarli e montarli in serie.  Una mattina Borghi si attaccò al telefono e interrogò a modo suo l’ingegner Antonino Mazzoni, progettista dell’impresa Casati di Varese: “Senta, io ho lanciato un prodotto nuovo e devo costruire una nuova fabbrica: lei di quanto tempo ha bisogno?” E quello: “Sei-sette mesi”. Risata e rilancio: “Facciamo tre”. In tre mesi a valle della strada provinciale, dirimpetto alla vecchia sede, spuntò un parallelepipedo di cemento. Era inverno, un freddo assassino, i manovali accatastavano assi e le bruciavano per scaldarsi. Giovanni andava tutti i giorni nel cantiere a dare ordini e a minacciare cataclismi. Senonché un giorno ci andò anche suo padre Guido e l’occhio gli cadde su due pilastri che sottintendevano una prosecuzione del capannone qualche decina di metri oltre il perimetro disegnato dai progettisti. Si informò: l’ordine di allargarsi era stato dato dal Giovanni. “Quello lì è matto, vuole fare un aeroporto, non uno stabilimento”, urlò il padre-padrone terrorizzando le maestranze. Seguì una burrasca familiare con la pantomima delle dimissioni del figlio audace e ribelle. Che dopo pochi mesi venne richiamato di corsa. Aveva ragione lui.  

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