Un tuffo con l’Invisibile
- Gianni Spartà
- 03/02/2026
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Ninni Bruschetta
Ce l’avevo accanto qualche estate fa in una spiaggia della Sicilia. Da trent’anni lo cercavano tutti: carabinieri, polizia, servizi segreti, e l’Invisibile era qui tranquillo come un papa tra Capo Rasocolmo e la punta di Milazzo, costa tirrenica, il mare a nord. All’orizzonte fumava lo Stromboli mentre il sole di ferragosto tramontava sulle gobbe di Lipari e di Salina, sovrapposte per un effetto ottico. Ma tu vedi il destino! Messina Denaro detto U siccu come nessuno l’aveva mai visto, Diabolik, l’altro suo soprannome, in carne e ossa dentro a mutande da bagno. I soliti siciliani: esagerati anche da latitanti. Che faccio? Attacco discorso? Sì, ma intanto mi butto a mare, prima lui, poi io, tanto più che non sono affatto sicuro d’aver visto giusto. Magari quello è un sosia e chissà dove si trova in quel momento l’ultimo re della vecchia mafia, lo strano oggetto del desiderio di questori, colonnelli e ministri dell’Interno. Fine della suggestione. Riavvolgo il film. Non ho fatto il bagno con Messina Denaro ma con chi lo interpreterà tra qualche giorno su Rai 3: Ninni Bruschetta, classe 1962, messinese come Frassica e la Cucinotta, scelto dal regista Michele Soavi per raccontare i retroscena della cattura del secolo. Mille appostamenti, centinaia di perquisizioni e poi, quando nessuno ci credeva più, l’arresto in pieno inverno di un uomo chiuso in giaccone mentre esce dall’ospedale di Palermo dove si cura per un cancro. Il vero Invisibile ormai è un vinto. “Sono io”, dice agli agenti, e sale su un’auto che lo porta in questura senza sgommare e a sirena spenta. Finale esaltante e allo stesso tempo malinconico. E’ il 16 gennaio del 2023, si chiude la missione dei carabinieri dei Ros e non è un blitz spettacolare ma l’epilogo ragionato di novanta giorni decisivi rivissuti nel film da Lino Guanciale, Levante, Leo Gassmann. Non è una storia di mafia, ma la ricostruzione dettagliata di come lo Stato alla fine ce l’ha fatta a prendere un padrino furbo e spietato. Vedo Ninni Bruschetta ogni estate a Messina, precisamente a Rodia, villaggio di pescatori un tempo, oggi buen retiro dell’attore campione delle fiction poliziesche, ma anche autore di cinema e teatro. Ogni mattina passa correndo con cuffia alle orecchie davanti alla casa dei miei nonni sul lungomare, qualche volta si ferma a discorrere delle contraddizioni siciliane. Come hanno potuto uscire dalla stessa terra Vitaliano Brancati e Michele Sindona, quale maledizione infierisce su luoghi magici come la Valle dei Templi, le Eolie e le Egadi, la Cappella Palatina, i lapilli e la neve del vulcano più alto d’Europa, un cibo e un vino da re? Solo colpa della mafia? Ninni Bruschetta tempo fa mi diede la risposta: “No, tutta colpa di un pensiero mafioso che si è istituzionalizzato. Te lo spiego con un esempio. Un Comune deve assumere un dirigente scegliendo tra il raccomandato, il bravo, il cretino. La spunterà il raccomandato, mi dirai. No, in Sicilia, nel Sud in genere, ce la fa il cretino. Questo è il pensiero mafioso. Puntare non su chi, essendo spalleggiato, ha l’obbligo di ricambiare il favore, ma sullo sprovveduto cui si può chiedere tutto, tanto non sa distinguere. Succede nelle istituzioni, nei luoghi della cultura. Succede da sempre e non c’è più nulla da fare”.