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In Corte d’Assise

  • Gianni Spartà
  • 08/02/2026
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Le tre S di Giovanni Bagaini

Ho pensato tre volte in queste settimane a Giovanni Bagaini: quando lo hanno inserito nel Famedio di Varese, quando a suo nome è stata premiata dal Circolo degli artisti la Prealpina, che egli fondò, e sere fa davanti a un quadro di Francesco Netti, 1882, intitolato In Corte d’Assise. Ritrae un semicerchio di vaporose signore dell’epoca intente a seguire da una balconata il processo a una dama che aveva assassinato l’amante del marito. Tutta la città ne parlava. E l’artista colse l’attimo immortalando in quel piccolo pubblico femminile il piacere del pettegolezzo, la curiosità morbosa, gli inconfessabili fremiti dei sensi (la mostra di Novara si chiama L’Italia dei primi italiani: andatela a vedere). Bagaini c’entra per un altro misfatto, il misterioso delitto di Carnago: zia e nipote sgozzate da una coppia diabolica a causa di una eredità. Egli decise di seguire minuto per minuto il processo pubblicandone i resoconti quasi stenografici su un supplemento speciale della Cronaca Prealpina che si acquistava a una lira. Il giornale era nato da un anno, 1888, e Giovanni Bagaini aveva già capito tutto: i giornali si vendono per tre “S”, sangue, soldi, sesso. Ecco l’idea di spedire un redattore alla corte d’Assise di Como. Botto editoriale: tanti lettori si abbonano per ricevere a domicilio tutte le notizie della resa dei conti: lavori forzati a vita per i coniugi assassini. L’ergastolo di tempi remoti. Vi proponiamo una sintesi del gran finale.  Sono le 7.45 del 12 ottobre 1889 quando il presidente legge il verdetto in un’aula «zeppa di folla trepidante». Il nobile Luigi Camuzzi, ex maresciallo dei carabinieri del re, si alza dal banco degli accusati e avvicinandosi alle sbarre della gabbia grida tutto il suo disappunto: «Sono innocente, sono innocente». Ha gli occhi cerchiati e l’abito nero appeso a un fisico tormentato dalla snervante attesa della sentenza. La moglie, Carolina Marzorati, accomunata nella condanna, gli siede accanto e piange disperata. La gente che ha seguito le udienze per un mese se ne va «abbandonandosi ai commenti». Il giallo ha tenuto col fiato sospeso il paese fino a quando gli investigatori si sono convinti della colpevolezza dei Camuzzi, arrestati per una prima volta, scarcerati per insufficienza di indizi, nuovamente imprigionati. Il fattaccio accade il 28 ottobre del 1888. Luigia Luraghi, 56 anni, perpetua del parroco don Angelo Camuzzi, fratello di Luigi, morto poco tempo prima, viene trovata con la gola tagliata nella sua casa attigua alla chiesa, in via Rugabella. Vicino a lei, in una maschera di sangue, giace la nipote di tredici anni Elisabetta Filippini. ….L’arma del delitto, un coltello da cucina a manico snodato, è sul pavimento. Il procuratore Mazza Dulcini, raccoglie testimonianze, sensazioni, capta le voci del popolo che si rivelano utili a indirizzare le indagini. E infatti dopo due settimane i sospetti s’addensano sulla coppia diabolica, Luigi e Carolina Camuzzi, lui superbo, pieno di sé, orgoglioso dei vent’anni trascorsi con la divisa di sottufficiale, lei di origini umili, una serva diventata padrona dopo il matrimonio con un benestante. Movente del feroce delitto l’invidia: morendo don Angelo Camuzzi ha lasciato alla fedele e premurosa perpetua non solo la casa, anche la somma di diecimila lire. Ciò ha scatenato le ire del fratello Luigi, di carattere impetuoso e vendicativo. Con i due coniugi viene arrestato Giovanni Castiglioni, detto il Canelin, accusato d’essere loro complice. Carnago è schierata contro marito e moglie. Il responso popolare è: sono colpevoli. I giurati si ritirano in conclave dopo le appassionanti arringhe degli avvocati Tassani e Ronchetti, la folla è incontenibile. Giovanni Bagaini telegrafa in redazione le ultime note di colore prima del verdetto. Canelin viene assolto, marito e moglie hanno il massimo della pena. A Carnago è un plebiscito: giustizia è fatta.   

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L’Italia dei primi italiani

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