Chiara e Lidia, due misteri
- Gianni Spartà
- 21/05/2026
- 0
Tra Garlasco e Varese
Non è una novità. E’ già accaduto che una sentenza definitiva per omicidio sia messa in discussione da una nuova inchiesta su persona diversa dal condannato. A memoria d’uomo almeno tre vicende: il delitto di Marta Russo all’interno dell’università La Sapienza di Roma (1997), quello di Meridith Kercher a Perugia (2007), alcuni filoni della strage di Erba (2006). Nemmeno nuovo, mai così fastidioso, è lo sciacallaggio mediatico che da mesi tambureggia da Garlasco, cittadina lombarda famosa fin qui per una storica discoteca, Le Rotonde. Si pensava, dopo diciannove anni, che lo spirito di Chiara Poggi potesse riposare in pace, che non ci fossero più dubbi su chi l’ha uccisa: Alberto Stasi ormai semilibero e a termine pena. Invece sulla scena è ripiombato Andrea Sempio, amico del fratello della vittima, e la resa dei conti non sarà lo scatto di un cancello, dentro il nuovo assassino, subito fuori il vecchio. Un processo di revisione dovrà dimostrare, “oltre ogni ragionevole dubbio”, l’effettiva incompatibilità tra la condanna dell’uno e la pretesa colpevolezza dell’altro. Sicura è la scia di dolore che attraversa le famiglie, gli amici, una comunità: vittime non sono solo i morti. E questo effetto collaterale evoca un mistero assai noto da queste parti: le ventinove coltellate che massacrarono Lidia Macchi a Cittiglio nel gennaio 1987. Anche qui contraddizioni, piste sbagliate, dispute. Quando tutto apparve chiaro alla Procura generale di Milano, dopo trent’anni, di nuovo un buio atroce. Svanito l’ergastolo per Stefano Binda, cancellato da un’assoluzione sulla quale ha messo il timbro definitivo la corte suprema. Risuonano in queste ore le parole di Paola Macchi, la dolcissima mamma di Lidia, quando a Varese non era ancora successo nulla e Alberto Stasi affrontava il penultimo di sette processi: prima o poi la regola dei tre gradi di giudizio andrà aggiornata: “Noi siamo stati più fortunati dei Poggi, non abbiamo mai visto alla sbarra l’assassino di nostra figlia”. Nessuna fortuna, purtroppo, né a Varese né a Garlasco, come si vede. La giustizia penale si conferma fallace, l’accanimento investigativo non ha il vento a favore, il fiuto dei vecchi marescialli appare più persuasivo di un test del Dna, conquista della scienza, ancora azzardo nei tribunali. Soprattutto se il tempo ha trasfigurato impronte e ambientazioni. Andò male anche duemila anni fa quando il popolo salvò Barabba e volle in croce il Nazareno. Chiara e Lidia, tragedie diverse, destini paralleli. A Garlasco una ragazza della buona borghesia finita in una storia talmente torbida da far pensare che un innocente stia scontando la pena al posto di un colpevole. A Varese una studentessa ciellina che ha ceduto a un amore controverso, oggi si direbbe tossico, e per questo ha perso la vita. Lì indagini che in breve tempo hanno messo a fuoco un solo imputato, scartandone altri. Qui un vuoto di sei lustri, dopo partenze false, e poi, come per una folgorazione sicuramente meditata, l’arresto di un compagno di liceo di Lidia, anche lui ai tempi fulgida promessa di Comunione e Liberazione. Nelle carte del processo Stefano Binda è “l’intellettuale dannato”. Tre anni e mezzo di custodia cautelare, istanze di scarcerazione respinte, ancora in bilico un risarcimento di 350mila euro per l’ingiusta detenzione. Alberto Stasi ha avuto un trattamento diverso: non ha fatto carcere preventivo, è finito dietro le sbarre il 12 dicembre 2015 quando la Cassazione confermava la condanna a 16 anni. Si annuncia a Garlasco una partita giudiziaria tosta e scomoda. Punto e a capo per un omicidio, scena occupata dall’indagato di oggi (Sempio) e dal fantasma del suo doppio (Stasi), che nel frattempo ha pure risarcito la famiglia Poggi. A Varese, assolto Binda, sulla scena non c’è più nessuno. Lontano da aule e toghe, resta sempre la speranza che prima o poi l’assassino di Lidia, chiunque sia, ovunque si trovi, ammesso sia ancora vivo, s’arrenda alla confessione, magari recandosi da una madre, anziché in una caserma. Tre parole: “Sono stato io”. La liberazione, il graffio nella coscienza non capitano solo ai criminali di professione. Spesso Giorgio Macchi, il papà di Lidia, si figurava questo epilogo: la sua vita era cambiata dopo la tragedia e lo andava raccontando ad altri genitori che avevano perso un figlio. Quel padre non c’è più da anni. Chissà se la sua era una profezia.