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Un assist sull’Autolaghi

  • Gianni Spartà
  • 06/05/2026
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Varese, o grande o nana

L’assist arriva dal numero 645 della Fifth Avenue di New York dove sorge il celebre il Madison Square Garden che ospita la Nba. Indirizzato ai migliori club europei, è un invito partecipare a tornei d’altissimo livello utilizzando il brand della principale Lega professionistica di basket in America e in Canada. Traducendo, una proposta di franchising. E che in Italia una palla a spicchi lanciata dal cuore della Grande Mela sia piovuta sull’ autostrada del Laghi, là dove le torri di Milano sfumano nella pianura e comincia la provincia di Varese, pare fatto elettrizzante. Sul piano sportivo, certo, ma anche finanziario e strategico. Equivale al passaggio decisivo di un giocatore che permette a un compagno di segnare un canestro o un gol. Un assist, appunto. In questi casi l’allenatore avveduto chiama la squadra a bordo campo e suggerisce come chiudere la partita. La trovata può sembrare visionaria, azzardata, con l’aria che tira proprio in America. Invece fa riflettere sul potere attrattivo di questo lembo di Lombardia, quando viene osservato da lontano. Chi poteva immaginare che mettendo un dito su un mappamondo gli australiani avrebbero investito milioni di dollari in riva al lago di Gavirate per installarvi il centro permanente d’addestramento del loro canottaggio? Oltre che trarne profitto, Varese ha rinverdito una sua tradizione e grazie ai gladiatori del remo finisce sui network internazionali quando ci sono gare di vertice. Evviva i visionari dunque. Ed evviva il signor Gerry Cardinale (foto), 58 anni, italo-americano, proprietario del Milan, che dall’alto di enormi capacità d’investimento col fondo RedBird, vuole individuare gli orti nel quali gettare il seme di una Nba europea. Ha due possibilità, una a nord, una a sud di Milano: Malpensa e San Donato. E per tanti motivi non gli converrebbe scartare Malpensa. Uno che glielo sta spiegando di persona è Luis Scola, ambasciatore del basket varesino, uomo d’affari e di visione. Un altro che della storia di Nba potrebbe parlare per due giorni è Toto Bulgheroni affiancato da due sponsor di razza, Rosario Rasizza di Operjobmetis e Paolo Orrigoni di Tigros. Poi ci sono gli attori assai interessati dal fatto che Mister Gerry pensa di edificare una grande arena multitasking (sport, spettacolo) valorizzando la vasta area della Fiera di proprietà della Camera di Commercio di Varese, la quale insiste sul catasto urbano di Busto Arsizio. Non solo pallacanestro d’alto profilo in quello spazio, anche mega concerti, saloni di categoria con la quasi certezza di non dare fastidio ai Milano che ha bisogno di condividere, trattenendolo in zona, il bendidio di eventi grazie ai quali ha modificato in vent’anni la propria identità, oggi più terziaria che industriale. Perché, pensando a una Grande Varese senza cambiamenti istituzionali, Malpensa può piacere a Mister RedBird almeno quanto San Donato, se non di più? Perché Malpensa è già il baricentro economico di questo territorio. L’aeroporto non è solo un’infrastruttura a sé: è il principale gateway internazionale del Nord Italia, gestiste il 65% del cargo aereo nazionale, serve milioni di passeggeri e centinaia di destinazioni globali, è collocato nel mezzo di un’area altamente industrializzata. E questo rende Malpensa nodo logistico europeo, hub di relazioni economiche, moltiplicatore territoriale di lavoro, servizi, accoglienza. La vera sfida la trasformazione da aeroporto a ecosistema, da luogo di transito a centro di sviluppo regionale, da periferia di Milano ad area metropolitana di Varese. E qui il nodo diventa politico cozzando con la frammentazione amministrativa, la competizione tra comuni, ciò che andava bene fino a quando il camino imprenditoriale tirava e i centri decisionali dell’industria erano nostri, non stranieri o partecipati dallo Stato. E’ significativo che Confindustria Varese terrà la sua prossima assemblea generale nella ex Aermacchi a Venegono oggi Leonardo, Roma. C’è bisogno dunque di un salto di mentalità avendo per orizzonte gli anni ’40 e ’50. La provincia di Varese (1927-2027) è una splendida centenaria, un’auto d’epoca da portare in garage per una manutenzione straordinaria. Città giardino (il capoluogo), Manchester d’Italia (Busto Arsizio) Città degli amaretti e dell’amaretto (Gallarate e Saronno), sono categorie superate. Guai a buttarle via, ma non fanno più marketing territoriale. Non incantano le giovani generazioni, che cambiano indirizzo, se ne vanno, spopolando le anagrafi locali. “Vieni a vivere a Varese” è uno slogan generoso se accompagnato da istruzioni per l’uso: come viverci dignitosamente sotto la tagliola di prezzi svizzeri per le case, lo svago, la spesa quotidiana delle famiglie? Ecco il nocciolo della questione: salari e stipendi mummificati. E questo è un problema della politica nazionale, mentre a quella del territorio spetta uscire dal guscio da quartierino. Alle viste abbiamo l’elezione dei nuovi sindaci che se nuovi saranno veramente non potranno cavarsela con programmi vecchi incentrati sulla sopravvivenza per cinque anni. Anche perché l’acqua è poca negli stagni degli enti locali e la papera non galleggia. Baricentro è un concetto attorno a quale mettersi al lavoro. S’è spostato e dunque si richiedono leadership non limitate al perimetro urbano, ma allargate al circondario. Varese diventa grande se guarda oltre il muro, se diventa la Città del Laghi in sinergia con Como e Lugano valorizzando collegamenti ferroviari che adesso ci sono. Si punti idealmente il compasso su Malpensa e si disegni un cerchio. Lì dentro c’è la formula per vincere il concorso a diventare capitale di qualcosa. Tutto il resto è noia. Sicuramente è condanna a restare belli, ricchi, nani.

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Gerry Cardinale Toto Bulgheroni Rosario Rasizza Nba Europa

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