Il risveglio dell’Orcolat
- Gianni Spartà
- 16/04/2026
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Friuli, 1976-2026
Un’auto della polizia stradale lo andò a prendere sotto la sua casa di Roma ed entrando a sirene urlanti sulla pista di Ciampino scaricò Giuseppe Zamberletti davanti alla scaletta di un aereo di Stato. Vi salì senza valigia con un foglio della presidenza del Consiglio infilato in una tasca interna della giacca. Aldo Moro lo nominava commissario straordinario, incarico inedito a quei tempi, e gli ordinava di recarsi immediatamente a Udine, capoluogo del Friuli, dove era venuto giù tutto: case, caserme, ponti, alberghi, monumenti civili e religiosi. Centinaia di cadaveri e di feriti gravi sotto tonnellate di macerie, silenzio spettrale, pompieri, alpini, forze dell’ordine, soldati messi alla prova dalla crudeltà della natura. Un terremoto devastante, altro che “scossetta” come aveva comunicato il primo report del Viminale la mattina del 6 maggio 1976. Si era risvegliato l’Orcolat, mostro leggendario in letargo sotto le montagne del Carso. Aveva tossito stiracchiandosi e in superfice, sopra una terra attrezzata e ordinata, si era scatenato l’inferno. Il conto finale: mille morti, centomila persone da sfollare, diciottomila edifici distrutti, danni per quattromilacinquecento miliardi di lire dell’epoca. Cinquant’anni dopo l’Italia ricorda due cose: l’immane tragedia nazionale, ma anche il momento in cui ci si rese conto sulla pelle di uomini, donne, bambini che reagire significa “non fare presto, ma fare prima”; che i morti “non si devono contare, si possono evitare”; che “non si bisogna inseguire la chimera di una cavalleria in grado di dare risposte efficienti e tempestive perché limitarsi a questo è un errore. Per una vita ho parlato di previsione e di prevenzione fino alla nausea”. Sono frasi del testamento di Giuseppe Zamberletti, detto Zorro, oggi riconosciuto come il padre della Protezione Civile. Il Paese non ce l’aveva e proprio in Friuli cominciò a costruirla fino a dotarsi di una legge-modello. Fu partorita dopo un travaglio durato fino al 1995, tra battaglie parlamentari che sfociarono in una sorta di metamorfosi: la predisposizione genetica degli italiani al soccorso, alla pietà, al dovere sociale diventava servizio pubblico permanente fondato sulla conoscenza scientifica e soprattutto sul volontariato organizzato. Questa, in sintesi, è la Protezione civile concepita nel segno di un politico visionario nato, cresciuto e morto a Varese. “La Repubblica gli è grata”, disse il presidente Sergio Mattarella partecipando ai funerali di Stato il 29 gennaio 2019. Come si può definire Zamberletti? “Un inventore”, secondo il suo amico Giuseppe Cossiga, che era ministro dell’Interno ai tempi del Friuli. Sicuramente un uomo delle istituzioni, un proconsole: quattro anni dopo, sempre da commissario straordinario, si occupò di un altro tremendo terremoto in Irpinia, l’Osso del Sud (tremila morti). E quale è stata la cifra del suo modo di agire? “Il federalismo solidale”, ricordò anni dopo il re triestino del caffè Riccardo Illy. Niente gerarchie pelose affrontando i soccorsi che dovevano essere mirati e consapevoli: Zamberletti affidò il comando delle operazioni, non ai generali delle necessarie forze armate, ma ai sindaci dei paesi e delle città sconvolte dal sisma. Chi più di loro conosceva i luoghi, la gente, le sue abitudini? La scelta temeraria fu disciplinatamente accettata e si rivelò felice. “D’altra parte Moro mi aveva attribuito poteri speciali”, racconta Zorro nella sua biografia. E siccome era dotato di fantasiosa ironia aggiunge: “Una sola cosa non mi era concessa: ordinare esecuzioni capitali”. Da quel sei maggio il Friuli cominciò a risollevarsi, subito con le tendopoli, poi con i prefabbricati e le ricostruzioni di case rimaste miracolosamente in piedi. Tutti all’opera, alpini, pompieri, forestali, genieri, senza dimenticare che il Friuli, a causa della Guerra fredda, in quegli anni pullulava di caserme e poteva contare sulla presenza di diciottomila militari. Si aggiunsero l’eroismo dei sopravvissuti, l’orgoglio di appartenenza. C’è una struggente scia di umanità nei giornali che hanno raccontato il dopo terremoto affidandosi anche alle firme di Italo Calvino, Gianni Rodari, Carlo Sgorlon. La gente rifiutava le baracche, ricordando i fallimenti del Belice, la vecchina vestita di nero in una cucina da campo dell’esercito ritirava il vassoio col cibo e chiedeva al soldato quanto doveva per il disturbo, le mogli di padroncini tessili distribuivano pasti agli operai rimasti al lavoro nei cortili delle fabbriche distrutte. E da tutte le Regioni, in gran numero dalla provincia di Varese sensibile alle richieste di uno di casa, Peppino Zamberletti, arrivavano roulotte in prestito. Sarebbe state restituite con un mazzo di fiori e forme di formaggio lasciate all’interno. Senonché, per una sconcertante coincidenza della storia, il Friuli visse ante litteram il suo Undici Settembre. L’alba di quel giorno arrivò a tradimento la prima di una serie di scosse che rasero al suolo un’altra volta quanto era stato rimesso in piedi. La stessa data maledetta del crollo delle Torri Gemelle a New York. Zamberletti si era dimesso per le ruberie di un suo collaboratore mandando su tutte le furie Aldo Moro, segretario della Dc: “Tu così ci rovini, siamo sotto elezioni, il Pci medita il sorpasso. Non lo fai per umiltà, ma per superbia”. Ma il primo democristiano della storia fattosi da parte per colpe di un collaboratore non cambiò atteggiamento. Lo convinse a cedere, sotto le nuove scosse, Giulio Andreotti che nel frattempo aveva sostituito Moro alla guida del governo. Si ricominciò da capo, il Friuli, alla fine, vinse la sua battaglia.