Sgarbo al duce aviatore
- Gianni Spartà
- 20/04/2026
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Dai capi della Macchi
Cadono i muri di cinta del vecchio stabilimento dell’Aermacchi e chi ha avuto sotto gli occhi la metamorfosi di Varese negli ultimi cinquant’anni vi intravede una sorta di staffetta urbanistica ed economica: il terziario del commercio e dello sport va a occupare spazi sui quali esercitava signoria l’industria. Ciascuno ha un ricordo personale o indiretto legato a quella fabbrica, perché ci ha lavorato suo padre, suo nonno o perché ne conosce la gloria. Quanti aeri costruiti lì dentro: ci vorrebbe un famedio dedicato a progettisti, costruttori, piloti, collaudatori. E basterebbe inserirvi la sigla di uno dei tanti: MB 339, il jet della pattuglia acrobatica nazionale, le Frecce Tricolori. M come Macchi, B come Bazzocchi. Interpellando poi gli studiosi uscirebbero come da una cornucopia centinaia di fatti e altrettanti aneddoti. Uno riguarda il rapporto urticante tra Benito Mussolini, audace aviatore, e l’Aermacchi dove egli patì un’umiliazione che lo indusse a prendere una decisione irrevocabile: mai più avrebbe messo piede a Varese. Mai più. Che cosa accadde ce lo raccontano le cronache dell’epoca. Data il 26 ottobre del 1925. Mussolini si era recato alla Savoia Marchetti di Sesto Calende. Al termine di una visita giudicata “esaltante” aveva espresso il desiderio di fare tappa nel capoluogo per incontrare i vertici della Macchi. In un amen la notizia dell’arrivo illustre fece il giro dei caffè e delle sedi del partito fascista. Si arruolarono cittadini da mandare lungo il percorso che la macchina del duce avrebbe compiuto, si fece incetta di bandiere e vessilli da sventolare, ma non si poterono evitare due infortuni uno più grave dell’altro: arrivato a Varese alle 13,30 Mussolini trovò chiuso il ristorante dell’hotel Excelsior dove avrebbe voluto pranzare e in nessun modo un imbarazzatissimo podestà riuscì a convincere il titolare ad aprire le cucine. Non solo: trasferitosi alla Macchi egli dovette constatare che nessuno degli alti dirigenti si era premurato di andarlo a ossequiare. A riceverlo trovò, con i lavoratori, insignificanti esponenti del consiglio d’amministrazione incapaci di illustrare all’ospite, evidentemente indesiderato, i progetti aziendali. Il duce se ne andò sdegnato e da quel giorno i rapporti con Varese divennero formali. Mussolini aveva il volo nel sangue e Varese, con le sue industrie, cresceva nella considerazione dell’aeronautica internazionale. Il volo nel sangue avevano inevitabilmente anche i figli Bruno e Vittorio e a Varese in quel tempo si formavano i più bravi piloti italiani le cui imprese suscitavano irrefrenabile curiosità nei due ragazzi. E tuttavia lo strappo di quella visita culminata in un fiasco mutò profondamente gli umori del severo genitore. E quando, nel 1927, Bruno e Vittorio chiesero a papà di accompagnarli alla Schiranna per conoscere l’eroico comandante Mario De Bernardi, vincitore di una Coppa Schneider a bordo di un idrocorsa della Macchi, egli oppose un granitico “no”. Vennero a Varese i due fanciulli e grazie all’aviatore che aveva guadagnato all’Italia fascista un trofeo inutilmente rincorso nelle precedenti edizioni della gara, provarono l’incontenibile emozione del battesimo del volo. Ma con loro, impeccabilmente abbigliati nella divisa di piccoli balilla, c’era lo zio Arnaldo cui Benito aveva affidato la prole in trasferta-premio.