O’ Scià
- Gianni Spartà
- 15/07/2026
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Due papi, due stili
Due Papi, due stili, lo stesso luogo di memoria e morte: Lampedusa. Francesco nel 2013, durante il suo primo viaggio apostolico, lanciò una corona di fiori in mare e si fece il segno della croce. Poi carezzò a uno a no individui dalla pelle nera assiepati sul molo Favarolo, candidato a entrare nel patrimonio dell’Unesco. Leone XIV dieci giorni fa ha raggiunto da solo la Porta d’Europa, vi ha sostato in silenzio, ha guardato per qualche minuto le onde arrabbiate, ha pensato che lì sotto ci sono centinaia di resti umani. Il Mediterraneo tra l’ultimo lembo d’Italia e le coste del Nord Africa si è trasformato in un ossario. Francesco: un gesto attivo, che richiama il lutto. Leone: un raccoglimento in preghiera che lascia la parola ai fatti e interpella le coscienze. Com’è cambiato il destino dell’isola in questi anni. Nel 1994 il sindaco Carlo Martello tirò la giacca al ministro dell’Interno Roberto Maroni perché non arrivavano le navi-cisterna a dissetare i suoi abitanti. Il pericolo esterno era Gheddafi che lanciava missili e uno si fermò a qualche miglio dalla spiaggia dei Conigli. Il ministro varesino andò laggiù e il problema da risolvere a Roma era l’acqua. Poi arrivarono gli sbarchi, i naufragi, gli scafisti della morte, le salme senza nome. Tanti bambini e altrettante mamme. Un paradiso mondiale dei turisti, costretto a convivere con l’emergenza umanitaria all’insegna di O’ Scià - fiato mio, cioè respiro, il valore più grande della vita-il tipico saluto degli isolani. E andandosene papa Leone ha pronunciato proprio questa parola che sottintende empatia, amicizia, tolleranza, accoglienza, le virtù praticate da una ventina d’anni tra la gente del posto. Lampedusa si porta addosso la maledizione d’essere il luogo più vicino alle terre da cui migliaia di disgraziati scappano per guerre e fame e spesso annegano. Il problema è di grave portata umanitaria ma nessuno lo sa risolvere. Qualcuno poi ci specula. Meriterebbe un Nobel della pace Lampedusa. Quando ha smesso di essere sulla traiettoria guerrafondaia del tiranno libico è diventata il capro espiatorio di una vergogna planetaria. Né l’Europa né l’Africa, figuriamoci Trump, sono stati capaci di affrontare l’apocalisse delle partenze disperate e delle traversate criminali. Dai primi anni del Duemila sono cominciate le tragedie, volute, previste, organizzate da truci trasportatori di anime e il porto dell’isola è diventato un set. Centinaia di network schierati come un’artiglieria, pronti a trasmettere immagini di cadaveri chiusi in sacchi di plastica dopo essere stati estratti dalla stiva di un barcone, dove si respiravano i gas di scarico e si moriva lentamente. Anestetizzati. Attorno a questo cimitero l’oziosa battaglia tra buoni e cattivi, lo scaricabarile tra autorità pubbliche e Ong e anche un fenomeno non visto. I lampedusani raccontano che le notti sono popolate da fantasmi, che alle prime luce dell’alba, lontano dal palcoscenico internazionale, cioè il porto, centinaia di alieni con la pelle nera approdano senza controllo, toccano terra e spariscono. Vivi e vegeti, a differenza delle mummie allineate sulla banchina in attesa del sopralluogo del magistrato di turno. Il focolaio della peste rimane nascosto, protetto, non fa notizia. E gli attracchi più pericolosi sono quelli non intercettati. Schizofrenia di una tragedia epocale. Un suggerimento minimo, se volete banale, ma simbolico: il governo studi una tregua fiscale per quanti hanno perso pesca, turismo, immagine. Un anno senza tasse a Lampedusa. Si può fare. Quest’isola dove nuotano ignare le tartarughe sta dando a tutti noi una grande lezione di civiltà.