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Non facciamoci ridere dietro

  • Gianni Spartà
  • 15/07/2022
  • 0

Ius Scholae

Un amico fecondo pensatore mi ha inviato il frammento di un film di Comencini ispirato al libro Cuore. In esso c’è il preside di una scuola media che presenta a una classe un nuovo compagno. “E’ un piccolo italiano-  dice - arriva da Reggio di Calabria, bella terra a più di 500 miglia da qui. Vogliategli bene per dimostrargli che un ragazzo italiano in qualsiasi scuola d’Italia trova dei fratelli. Gli dobbiamo dare l’abbraccio di benvenuto. Fallo tu in seconda fila che sei il primo della classe”. Il ragazzo di Calabria scappa nel corridoio. Ha paura. Lo rintraccia il maestro, un giovane Johnny Dorelli:  lo rassicura, gli spiega, lo riporta in aula dove per l’abbraccio accettato scroscia l’applauso. Dimentichiamo De Amicis e quell’Italia lì. La Calabria di oggi dista dal Piemonte, dov’era ambientata la scena, 500 miglia moltiplicati per venti. Il mondo s’è dilatato, abbiamo in casa l’Africa, l’India, la Cina, ora anche mezza Ucraina. Ma la morale è la stessa: su accogliere ed essere accolti, si può farla facile oppure buttarla in politica, quella con la “p” volgare. Il sentimento individuale scatta istintivo per il sì o per il no. La capacità di consolidarlo sul piano  collettivo richiede impegno, pubblica istruzione, cultura. Ora, nel bel mezzo di una crisi di governo tanto odiosa, il Paese non merita di essere sbertucciato anche per una cosa molto seria: lo ius scholae. E cioè il diritto di minori stranieri a diventare italiani dopo cinque anni di istruzione italiana. L’argomento è finito in pasto a leader ai quali nessuno pensa più di affidare la propria vita. E’ gente rimasta indietro mentre la società è andata avanti. Rappresenta gusci vuoti quando la coscienza popolare si è riempita di valori nuovi. Che un tempo, parlando di diritti civili, erano inconcepibili, poi percepiti come  estremi e infine sono diventati accettabili, ragionevoli, meritevoli di trasformarsi in legge. Lo ius scholae non è lo ius soli: è una condizione da riconoscere in maniera del tutto naturale, senza sollevare chiasso. E’ un comportamento etico e se la vogliamo raccontare tutta è un vantaggio.Acquisire cittadinanza, cioè aumentare il numero di italiani, nella scuola è sicuro freno al tasso crescente di abbandono degli studi, oltre che riscatto sociale: minori di diciotto anni  ottengono quello che ai loro genitori adulti è ancora negato. Sul mercato del lavoro è un beneficio altrettanto garantito e questo lo vediamo nella vita di tutti i giorni osservando cantieri, uscita dalle fabbriche, impieghi nell’agricoltura. Insomma  la realtà sta sui social - dove viaggia anche pericolosa immondizia, intendiamoci - non nei verbali del  Parlamento. Fuori dal quale è cambiata l’aria, mentre là dentro è rimasta sempre la stessa come stiamo vedendo in queste ore. Soliti noti hanno esultato perché il dibattito sui diritti è slittato a settembre quando forse non avremo più nemmeno un governo. A qualcuno viene in mente che il prossimo premier del Regno Unito, tra l’altro ormai Paese extracomunitario, potrebbe essere scelto fra tre indiani, un pachistano, un curdo e una nigeriana? Pensate: a Downing  Street, sulla sedia dell’ipercinetico biondo che ha scioccato il mondo, un suonatore di Sitar col turbante o una laureata modello uscita dalla savana. E a Londra nessuno fa una piega. Nemmeno The Queen.

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